Dall’Amaro al Dolce | Cammino GiFra in preparazione alla promessa

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Contenuto riunione
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Questo cammino, che ci guiderà fino alla promessa, vuole farci scoprire come affrontare l’amaro uscito fuori al capitolo per vedere che collaborando tutti insieme e riscoprendosi fraternità è facile trasformarlo in dolce zucchero da usare come carburante!

[su_spoiler title=”20-01-2017 – Pandegifra” icon=”folder-2″]

Vedi PandeGifra nella sezione Giochi

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[su_spoiler title=”27-01-2017 – Egoismo” icon=”folder-2″]

EGOISMO

I TAPPA: la pagnotta

Due fratelli, uno scapolo e l’altro sposato, possedevano una fattoria dal suolo fertile, che produceva grano in abbondanza. A ciascuno dei due fratelli spettava la metà del raccolto. All’inizio tutto andò bene.
Poi, di tanto in tanto, l’uomo sposato cominciò a svegliarsi di soprassalto durante la notte e a pensare: “Non è giusto così. Mio fratello non è sposato e riceve metà di tutto il raccolto. Io ho moglie e cinque figli, non avrò quindi da preoccuparmi per la vecchiaia. Ma chi avrà cura del mio povero fratello quando sarà vecchio? Lui deve mettere da parte di più per il futuro di quanto non faccia ora. È logico che ha più bisogno di me”.
E con questo pensiero, si alzava dal letto, entrava furtivamente in casa del fratello e gli versava un sacco di grano nel granaio. Anche lo scapolo cominciò ad avere questi attacchi durante la notte.
Ogni tanto si svegliava e diceva tra sé: “Non è affatto giusto così. Mio fratello ha moglie e cinque figli e riceve metà di quanto la terrà produce. Io non ho nessuno oltre a me stesso da mantenere. È giusto allora che il mio povero fratello che ha evidentemente molto più bisogno di me riceva la stessa parte?”. Quindi si alzava dal letto e andava a portare un sacco di grano nel granaio del fratello.
Una notte si alzarono alla stessa ora e si incontrarono ciascuno con in spalla un sacco di grano!
Molti anni più tardi dopo la loro morte, si venne a sapere la loro storia. Così, quando i loro concittadini decisero di costruire un tempio, essi scelsero il punto in cui i due fratelli si erano incontrati, poiché secondo loro non vi era un luogo più sacro di quello in tutta la città.

I due fratelli mettono anche solo una piccola parte della loro ricchezza a disposizione dell’altro, con gratuità e spontaneità: non pensano alla loro perdita, non pensano che quell’anno avranno meno grano da mangiare, pensano soltanto che con il dono dell’uno l’altro potrà trovarsi meno in difficoltà. Ed è proprio questo che anche Gesù ci insegna su quella croce: ci vuole far andare oltre i nostri egoismi quotidiani, oltre ai nostri “no, questo non lo faccio”; avrebbe potuto salvarsi dalla morte, stare nel suo egoismo come facciamo tutti noi almeno una volta al giorno e non morire per noi, ma ha scelto di amarci di nuovo, come ogni volta.
Molto spesso ci vengono chiesti piccoli sacrifici a cui diciamo no senza neanche accorgercene, troppo presi dal nostro star bene perché dire no è più facile, più comodo, meno impegnativo.
Ed io quanto dono di me al mio fratello? Quanta parte do di me alla mia fraternità? E invece, quali sono i miei egoismi quotidiani? Cosa mi impedisce di donarmi?

Gesù, nel simbolo del pane spezzato e condiviso, si è donato interamente per noi?
E io quanto sono disposto a donare? Quale fetta di me (del mio tempo, delle mie energie) voglio donare agli altri?

Ognuno taglia una fetta di pane grande quanto vuole donarsi

II TAPPA: Le briciole di pane

Quello che il Signore ci dà

FF 633. Un giorno Francesco era seduto a mensa con i frati, quando entrarono due uccellini, maschio e femmina, che poi ritornarono ogni giorno per beccare a piacimento le briciole dalla tavola del Santo, preoccupati di nutrire i loro piccoli. Il Santo ne è lieto, li accarezza come sempre e dà loro a bella posta la razione di cibo quotidiano. Ma un giorno, padre e madre presentano i loro figlioletti ai frati, essendo come stati allevati a loro spese e, affidandoli alle loro cure, non si fanno più vedere. I piccoli familiarizzano con i frati, si posano sulle loro mani e si aggirano in casa non come ospiti, ma di famiglia. Evitano le persone secolari, perché si sentono allievi solamente dei frati. Il Santo osserva stupito ed invita i frati a gioirne: «Vedete–dice– cosa hanno fatto i nostri fratelli pettirossi, come se fossero intelligenti? Ci hanno detto:–Ecco, frati, vi presentiamo i nostri piccoli, cresciuti con le vostre briciole. Disponete di loro come vi piace: noi andiamo ad altro focolare–». Così avendo presa piena dimestichezza coi frati, prendevano tutti insieme il cibo. Ma l’ingordigia ruppe la concordia, perché il maggiore cominciò con superbia a perseguitare i più piccoli. Si saziava egli a volontà e poi scacciava gli altri dal cibo. «Guardate–disse il Padre–questo ingordo: pieno e sazio lui, è invidioso degli altri fratelli affamati. Avrà di certo una brutta morte». La sua parola fu seguita ben presto dalla punizione: salì quel perturbatore della pace fraterna su un vaso d’acqua per bere, e subito vi morì annegato. Non si trovò gatto o bestia, che osasse toccare il volatile maledetto dal Santo. È veramente un male che desta orrore l’egoismo degli uomini, se persino negli uccelli viene punito in questo modo. Ed è pure da temersi la condanna dei Santi, poiché le tiene dietro con tanta facilità il castigo.

Dire di no è meno impegnativo, è vero, ma a volte è il Signore a scegliere per noi e proprio non si può dire no in quelle situazioni. Come si fa a dire no al Signore senza sentirsi tremendamente in colpa?
Il proprio donarsi, la propria idea di donarsi spesso non corrisponde a ciò che Lui vuole davvero da noi: quante volte ti è capitato di dare tutto, anzi forse troppo, per qualcosa e vedere che tutte quelle energie andavano quasi “sprecate”? E viceversa, quante volte hai dato il minimo indispensabile ma capivi che quel poco che avevi dato non bastava, e ti veniva chiesto qualcosa in più che proprio non voleva venire fuori?
Ciò che noi vogliamo dare a volte non è quello che il Signore ci chiede.
Sono disposto a fare un passo indietro quando mi viene chiesto meno di quello che vorrei fare per lasciare spazio agli altri? E viceversa, voglio fare un passo in più, o anche due o tre se servono, quando il Signore mi chiede qualcosa in più? Cosa mi blocca?

Ciascuno posa la sua fetta e prende un sacchetto con dentro dei semi, in quantità diversa. Ogni sacchetto rappresenta quanto Dio ci chiede di mettersi a frutto degli altri, che non sempre è quanto noi siamo disposti a farlo.

 III TAPPA: Alimentiamo il bene del mondo

Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio. Bisogna custodire la gente, aver cura di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. (Papa Francesco)

Sì, okay, donarsi è bello, andare oltre i propri egoismi quotidiani è giusto ecc… Ma a me che me ne viene?
“Io non lavoro gratis” diceva qualcuno, e forse questa frase è entrata nel nostro quotidiano, nelle nostre menti, e soprattutto nei nostri cuori. Meglio costruire barriere e stare nel mio piccolo bunker dove nessuno viene a cercarmi (e se per caso qualcuno mi cerca posso sempre fingere di non esserci).
Ma cosa succede se, ad un certo punto, un mio fratello che soffre ha bisogno del mio aiuto? Non di quello di qualcun altro, ma proprio del mio. E che succede se mi rifiuto di offrirglielo?
“Se un membro soffre, tutte le membra soffrono” ci ricorda Paolo, ma spesso restiamo indifferenti a questa sofferenza credendo che non ci riguardi e che danneggi solo il singolo, ignorando che da fratelli siamo come membra di uno stesso corpo, e il male di uno si dilaga con facilità agli altri.
Quando un fratello ha bisogno di me cosa faccio? Mi chiudo nel mio bunker di indifferenza o scelgo di aprire la porta? Nel mio singolo sono disposto/a a fare qualcosa o mi è più facile stare nascosto/a?

“Se un membro soffre, tutte le membra soffrono” (1 Cor 12,26)

Si piantano i semi e si mette la paletta col proprio nome.

“Se ciascuno piantasse un fiore la terra diventerebbe un giardino”

Preghiera finale

Dammi, o Signore, un cuore immenso, simile al tuo,
che travolga i limiti della mia persona
e senta palpitare in me il dolore del mondo.
Che sono le mie ansie interessate, i miei meschini interessi,
i miei piccoli peccati in confronto del dolore degli uomini?
Mi vergogno d’aver pregato tanto e richiesto solo per me,
dimentico di tutto e di tutti,
chiuso in un egoismo più abbietto dei vizi più bestiali del corpo!
Perdonami, o Signore!
Come ho potuto cercare la mia perfezione
lungo i sentieri della più gretta avarizia?
Come ho potuto ignorare che misura del crescere è il donare?
Butterò la mia vita, o Signore, per ritrovarla,
e mi prodigherò per voltarmi indietro,
secondo il tuo esempio incompreso e la legge eterna della vita.
Soltanto alla sera, concedi che, stanco, mi ripieghi un attimo a guardarmi;
non per esaurirmi con snervanti introspezioni,
non per tediarti con meschine richieste,
ma per domandarmi severo: “Quanto ho amato oggi?”.
E mi accuserò al tuo cospetto, o Signore, d’ogni peccato contro la carità;
poiché il mondo ha bisogno solo d’amore per guarire dalle sue piaghe.

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[su_spoiler title=”03-02-2017 – Indifferenza” icon=”folder-2″]

INDIFFERENZA

Essere dei gifrini ci porta a considerarci automaticamente dei samaritani. Ci piace pensare di essere buoni con tutti, ci piace pensare che se ci fossimo trovati sulla strada di Gerico ci saremmo fermati senza esitazione, ma è davvero così? Perché nella nostra vita siamo sempre sulla via per Gerico, incontriamo sempre chi ha bisogno di noi…e noi che facciamo?

Senza voler far troppo gli eroi, pensiamo alla nostra semplice vita in fraternità: può essere normale non essere legati ad ogni singola persona, può essere normale avere più confidenza con qualcuno rispetto che con altri, ma questo non si traduce nel doversi comportare come il sacerdote e il levita. In questa nostra realtà c’è sicuramente un volto a cui non pensiamo, un volto che ci ha chiesto aiuto negli anni e noi, per la fretta, per indifferenza, per poca confidenza siamo passati oltre, ignorando una sua difficoltà, per quanto piccola fosse.

Oggi è il momento di fermarsi. Oggi non si va avanti senza quel fratello! Ci fermiamo, lo curiamo, lo ascoltiamo, ci parliamo, lo alziamo e camminiamo con lui, insieme!

Chi o chi sono questi volti per te? Chi o chi sono le persone della nostra fraternità verso le quali non sei stato un Buon Samaritano? Con chi sei INDIFFERENTE?

Per guarire da questa malattia, andiamo alla radice: secondo te, da cosa è dettata questa indifferenza?

Analizza la tua risposta: è un comportamento evangelico? In fin dei conti si tratta dei tuoi fratelli, doni che Dio ha messo sul tuo cammino.

Riflettiamo…

Non abbatterti se ti stai sentendo in colpa, siamo in costante cammino ed è normale cadere in queste mancanze! C’è un modo per rimediare, esercitiamoci all’interesse, alla cura e alla considerazione del fratello che di solito non guardiamo. E lo faremo praticamente!!

Viene distribuito un calendario fino alla promessa su cui ognuno scrive ogni giorno una persona di cui “prendersi cura”, con un messaggio, una chiamata o una preghiera.
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[su_spoiler title=”10-02-2017 – Preghiera” icon=”folder-2″]

PREGHIERA CON OFS

Dal Vangelo secondo Luca

Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

 

Riflessione

“Entrambi i protagonisti salgono al tempio per pregare, ma agiscono in modi molto differenti, ottenendo risultati opposti. Il fariseo prega «stando in piedi», e usa molte parole. La sua è, sì, una preghiera di ringraziamento rivolta a Dio, ma in realtà è uno sfoggio dei propri meriti: quel fariseo prega Dio, ma in verità guarda a se stesso. Prega se stesso! Invece di avere davanti agli occhi il Signore, ha uno specchio.

ll pubblicano invece – l’altro – si presenta nel tempio con animo umile e pentito: la sua preghiera è essenziale. Agisce da umile, sicuro solo di essere un peccatore bisognoso di pietà.

Non basta dunque domandarci quanto preghiamo, dobbiamo anche chiederci come preghiamo, o meglio, com’è il nostro cuore: è importante esaminarlo per valutare i pensieri, i sentimenti, ed estirpare arroganza e ipocrisia.

Ma, io domando: si può pregare con arroganza? No. Si può pregare con ipocrisia? No. Soltanto, dobbiamo pregare ponendoci davanti a Dio così come siamo. Se la preghiera del superbo non raggiunge il cuore di Dio, l’umiltà del misero lo spalanca.

Dio ha una debolezza: la debolezza per gli umili. Davanti a un cuore umile, Dio apre totalmente il suo cuore.”

Papa Francesco.

 

Spunti…

“Si può pregare con arroganza? No. Si può pregare con ipocrisia? No. Soltanto, dobbiamo pregare ponendoci davanti a Dio così come siamo.”

 

“È necessario imparare a ritrovare il cammino verso il nostro cuore, recuperare il valore dell’intimità e del silenzio, perché è lì che Dio ci incontra e ci parla.”

 

“Perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato.”

 

“Dio ha una debolezza: la debolezza per gli umili.”

 

“E noi, ripetiamo per tre volte, quella bella preghiera: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.”

 

“Non basta dunque domandarci quanto preghiamo, dobbiamo anche chiederci come preghiamo, o meglio, com’è il nostro cuore: è importante esaminarlo per valutare i pensieri, i sentimenti, ed estirpare arroganza e ipocrisia.”
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[su_spoiler title=”17-02-2017 – Paralisi” icon=”folder-2″]

PARALISI

A inizio riunione tutti quanti ci leghiamo mani e piedi. Passeremo la riunione “paralizzati”, impediti nei movimenti, per capire meglio come le nostre paralisi, anche e soprattutto quelle non fisiche, siano fastidiose.

Vangelo: il paralitico di Betesda, Gv 5:2-9. Breve riflessione del frate.

Sul tavolo ci sono dei foglietti disegnati con delle cose fisiche che mi bloccano (vedi elenco sotto).
Prendo quelli che più mi ispirano/sento vicini e li metto in un sacchettino, per portarmelo dietro come il lettuccio del paralitico. Rifletto su quali altre cose mi bloccano nella vita, nel mio cammino, nel vivere appieno le cose.

FOGLIETTI:
– Parlare in pubblico (tante persone)
– Confronto (2 persone che si parlano)
– Giudizio degli altri (bilancia)
– Rifiuto (muro)
– Diverso (omini di colori diversi)
– Ostacolo (ostacolo)
– Fatica (salita, omino sudato)
– Difficoltà a donarsi (pacco regalo)
– Emozioni (ragazza che piange)
– Prendere una scelta (bivio)
– Paura di sbagliare (castello di carte crollato)
– Incertezza (strada con ?)
– Paura di crescere (omino piccolo -> omino grande)
– Delusioni (rosa con spine)
– Essere da solo (omino triste)
– Egoismo
– Indifferenza (omino girato dall’altra parte)
– Dovermi prendere cura (fiore che spunta dalla terra)
– Paura di mostrare la mia fede

Breve condivisione di quali foglietti ho preso e cosa mi paralizza in generale nella vita, se sono consapevole delle mie paralisi e se sto provando (e se riesco) a superarle.

Ci spostiamo in un’altra stanza e troviamo delle sedie sparse. Ciascuno si chiede in un posto a caso e chiude gli occhi.
Il frate in silenzio va da una persona e le chiede “vuoi guarire?”. Le taglia le corde e la invita a seguirlo e fare lo stesso. Mano a mano che vengono “guarite”, le persone vanno a fare la stessa domanda e a sciogliere gli altri.

Il significato è che per guarire dalla paralisi dobbiamo affidarci a chi ci è accanto e dobbiamo aprire gli occhi, guardare le persone a noi vicine, chi ci siede accanto, e capire quali sono le loro paralisi.
A volte ci chiudiamo nelle nostre paralisi e come il paralitico ci fossiliziamo su quello che secondo noi è l’unico modo per guarire. Solo uno che ci aiuta dall’esterno riesce a sbloccarci con un gesto semplice, inaspettato!

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[su_spoiler title=”24-02-2017 – Pigrizia” icon=”folder-2″]

PIGRIZIA

Abbiamo fatto l’attività-gioco “Librogame della pigrizia” di cui qui trovate gli spunti di riflessione proposti una volta scelta la trama rispondendo alla domanda.

La riunione si è conclusa con un estratto dell’omelia di Papa Francesco durante la veglia di preghiera con i giovani alla GMG 2016:

Cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà. Non siamo liberi di lasciare un’impronta. Perdiamo la libertà. Questo è il prezzo. E c’è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi; c’è tanta gente che non vi vuole bene, che vi vuole intontiti, imbambolati, addormentati, ma mai liberi. No, questo no! Dobbiamo difendere la nostra libertà.

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[su_spoiler title=”Uscita pre promessa (11 – 12 marzo 2017)” icon=”folder-2″]

Uscita pre promessa 11 – 12 marzo 2017

Il titolo dell’uscita è “Permesso, grazie, scusa”, che come dice il Papa sono parole fondamentali di ogni cristiano. Abbiamo volutamente inserito condivisioni in ogni momento, per ripartire dalla condivisione e dalla preghiera

Sabato: il pomeriggio ci siamo concentrati sulle parole “scusa” e “permesso”. Dopo un momento di deserto in cui ognuno rifletteva sulle proprie mancanze che si riflettono in fraternità, abbiamo vissuto un momento di condivisione, in cui ognuno esprimeva i propri pensieri. Come gesto finale avevamo davanti dei foglietti di due tipi: uno con scritto “scusa” e uno con scritto “permesso”. Nel momento di “tempo libero” prima di cena (che poi era l’attività vera e propria), ognuno andava da chi voleva a dare un foglietto scusa e/o un foglietto permesso: lo scusa era per chiedere perdono a quella persona di qualche mancanza che aveva avuto nei suoi confronti, il permesso era per fare una correzione fraterna oppure per approfondire di più alcuni aspetti di quella persona; chiedevamo permesso per entrare nell’individualità dell’altro, sia per correggere, che per incontrare. Dopo cena invece abbiamo affrontato il “grazie”, in cui dopo un breve momento di riflessione, con una semplice condivisione abbiamo ringraziato una o più persone.

Domenica: dopo la messa, abbiamo fatto la condivisione su se facciamo o meno la promessa, e sulla nostra situazione del momento (come stiamo, se c’è qualche problema o meno…) e come gesto finale abbiamo lasciato altre impronte sul cartellone che avevamo fatto alla riunione della pigrizia, per ribadire la nostra volontà di lasciare un’impronta.

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